Un arrivista alla Camera

La sintesi perfetta dell’ultimo turno di primarie l’ha fatta Jake Tapper della Abc: “Non c’era così tanto interesse nella politica del Delaware dai tempi in cui Pfeiffer e Plouffe giocavano a quarters al Bottle and Cork”. Quarters è la classica occupazione serale degli studenti del college: ci si siede attorno a un tavolo, si riempiono di birra i bicchieri e poi a turno si lancia un quarto di dollaro e lo si fa rimbalzare sul tavolo in modo che finisca dentro al bicchiere del dirimpettaio. Guarda il video del primo discorso di Boehner in lacrime
15 AGO 20
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La sintesi perfetta dell’ultimo turno di primarie l’ha fatta Jake Tapper della Abc: “Non c’era così tanto interesse nella politica del Delaware dai tempi in cui Pfeiffer e Plouffe giocavano a quarters al Bottle and Cork”. Quarters è la classica occupazione serale degli studenti del college: ci si siede attorno a un tavolo, si riempiono di birra i bicchieri e poi a turno si lancia un quarto di dollaro e lo si fa rimbalzare sul tavolo in modo che finisca dentro al bicchiere del dirimpettaio. Se il tuo bicchiere viene centrato dalla moneta devi bere e riempire di nuovo; altrimenti tocca a te lanciare. David Plouffe e Dan Pfeiffer – uno stratega della campagna elettorale, l’altro consigliere per la comunicazione alla Casa Bianca – erano compagni di università a Wilmington, capitale del Delaware, e in effetti c’è da credere che prima del voto di oggi alle primarie repubblicane, le serate di due nerd destinati a fare la fortuna del presidente più comunicativo della storia fossero la cosa politicamente più eccitante nel raggio di una cinquantina di miglia.

Ieri gli elettori hanno votato in sette stati – più il distretto di Columbia, il non-stato della capitale – per completare la lista ufficiale dei candidati per il Congresso e per un certo numero di seggi da governatore. Ora mancano soltanto le Hawaii, lo stato del presidente, dove si vota sabato prossimo. E per la prima volta dopo decenni tutti gli occhi sono puntati sul Delaware, quella striscia costiera che tutti gli studenti dimenticano di nominare nell’elenco dei cinquanta stati americani. La sfida più dura è lì, alle primarie repubblicane per un posto da senatore, il seggio che era di Joe Biden prima che diventasse vicepresidente, dove si è riproposta ancora una volta la lotta fratricida fra il candidato del partito ufficiale e un’outsider sponsorizzata dal Tea Party. Christine O’Donnell ha ricevuto la benedizione di Sarah Palin e Glenn Beck, numi tutelari della protesta contro i malcostumi di Washington, e oltre all’endorsement ideale sono arrivati nelle sue casse 250 mila dollari raccolti dal Tea Party Express: oltre il doppio dell’intera spesa per la campagna elettorale del 2008, quando tentò ironicamente di sfidare Joe Biden. Prese poco più della metà dei voti del candidato vicepresidente.

Nella sua carriera Christine
ha corso soltanto due volte per un seggio e due volte le cose sono andate male per lei, giovane conservatrice in un mare democratico, e allora si è messa a fare altro. Consulenze di marketing, opinionismo politico, sempre con una prospettiva destrorsa ai limiti del populismo. Non c’era nessun dubbio che il cuore del Tea Party battesse per lei e non per Mike Castle, l’uomo che con nove rielezioni consecutive alla Camera ha stabilito il record per lo stato del Delaware. Il settantunenne Castle è stato governatore dello stato per due mandati e prima è stato rappresentante al Parlamento statale, prima alla Camera, poi al Senato. E’ un politico navigato che conosce l’arte del compromesso con la maggioranza democratica. Gli attacchi nei confronti di Castle arrivano più spesso da destra che da sinistra; i conservatori intransigenti dicono che è un “Rino”, un “Republican in name only”, mentre di fatto è un centrista, un impresentabile moderato. In tempo di illuminazioni divine e discese in piazza, Castle è quanto di più insopportabile agli occhi della base del Tea Party. E’ la riproposizione di uno schema visto in tutte le primarie e in parecchi stati (Utah, Wisconsin, Kentucky, Alaska e Nevada) le cose sono andate bene al Tea Party e male al partito regolare. Ma la sfida nel Delaware è aggravata da ulteriori divisioni interne. Nemmeno l’intero spettro teapartista sostiene O’Donnell, che è stata scaricata, dice lei, in modo “vergognoso” da Dick Armey – uno degli artefici della grande vittoria repubblicana del 1994 – che con il suo gruppo FreedomWorks sostiene candidati alternativi all’establishment. Anche Bill Kristol e Fred Barnes, direttori del settimanale neocon The Weekly Standard, hanno rotto la consueta sintonia con le posizioni di Sarah Palin. “Conosco Sarah Palin e la rispetto. E con tutto il rispetto, Christine O’Donnell non è Sarah Palin”, ha detto Kristol alla Cnn. La risposta piccata di O’Donnell è arrivata nel giro di poche ore attraverso il suo portavoce: “Chiedete a Bill Kristol e chiedete gli perché sta incrociando le lame con Sarah Palin. E cercate un po’ su Google quanti soldi riceve Fred Barnes dalla leadership del partito repubblicano”.

Più che una battaglia di idee,
l’enorme problema di O’Donnell è che non ha nessuna speranza di vincere a novembre. Per quanto l’endorsement di Sarah Palin possa effettivamente spostare voti alle primarie, tutti gli analisti sono d’accordo nel dire che se O’Donnell batterà Mike Castle, detto “l’unto” dai suoi detrattori, sarà travolta alle elezioni che contano, quelle che assegnano il seggio. I repubblicani hanno bisogno di conquistare dieci posti al Senato per avere la maggioranza. Sette potrebbero essere abbordabili, mentre per gli altri tre occorre mettere in pista candidati che non dispiacciano troppo all’elettorato democratico. Al contrario di Castle, O’Donnell ha un profilo che contraddice drasticamente ogni proposito di vittoria, e per questo la commentatrice politica è stata abbandonata dall’establishment. Ma ora, con le urne delle primarie ancora aperte, i sondaggi dicono che ha circa tre punti di vantaggio sull’avversario. Nella settimana in cui si chiudono le primarie, l’entusiasmo popolare del Tea Party è contrastato da una nuova forza, apparentemente diafana e silenziosa, che vive nei palazzi e dietro le quinte, senza cavalcate di entusiasmo e visioni parareligiose. E’ il tentativo politico di ristabilire un ordine verticale del potere e il suo profeta è il leader dell’opposizione alla Camera, John Boehner. Se i repubblicani a novembre conquisteranno la maggioranza alla Camera, sarà lui a prendere il posto di Nancy Pelosi nel ruolo di speaker, e da qualche settimana sta facendo sentire la sua voce – solitamente non troppo rumorosa – nel dibattito pubblico. E’ stato lui il primo del politburo repubblicano ad attaccare frontalmente Obama e la politica economica della Casa Bianca, e lo ha fatto dall’Ohio, il suo stato ma anche il simbolo della crisi industriale e per questo scelto come spot da Obama per lanciare il nuovo piano per le infrastrutture e i tagli fiscali. Boehner ha detto che “gli imprenditori americani hanno paura di investire in un’economia resa stagnante dagli stimoli di spesa. La prospettiva di un innalzamento delle tasse, misure più rigide e più regolamentazione sta facendo sì che gli imprenditori siano bloccati”.

Un buon discorso a metà fra il freddo calcolo
economico e l’ammiccamento ai conservatori turbolenti del Tea Party, a cui Obama ha risposto qualche settimana più tardi, con un discorso che non era il solito sermone levigato sui destini dell’America, ma una raffica di accuse esplicitamente dirette a Boehner. “Alcune settimane fa, il leader repubblicano alla Camera è venuto qui a Cleveland e ha spiegato le proposte del suo partito alle sfide della nostra economia. Ora, una cosa sarebbe stato ammettere gli errori del suo partito durante gli otto anni in cui ha governato; se si fossero messi in disparte per un po’, avessero riflettuto e poi se ne fossero venuti fuori con una proposta diversa e credibile per risolvere i problemi del paese. Ma questo non è successo. Boehner non ha parlato di nuove politiche. Non ha offerto nuove idee. Sempre le solite: tagliare le tasse ai milionari e deregolamentare le aziende”, ha detto Obama, sostenuto da una folla tuonante (del resto, il pubblico era composto da democratici dell’Ohio che vedono Boehner come il male assoluto).

Boehner non è animale da piazza.
Potrebbe trovare un accordo con qualsiasi parte politica, ma soltanto mentre gioca a golf, sui divanetti del Congresso, nelle limousine, dall’estetista, al country club e talvolta anche in aula. Ma non arringando una folla. Per questo a qualche giorno dallo scontro frontale con Obama ha cambiato idea, e dal discorso intransigente sul destino dei tagli fiscali di Bush (prolungarli per tutti, senza l’eccezione obamiana per i più ricchi) è passato dalla parte del presidente. Naturalmente ha detto che non è d’accordo. Che lui, se potesse scegliere, rimarrebbe della sua idea. Ma siccome il suo voto non può fermare la marea, allora tanto vale allinearsi con i democratici, dare l’idea che il paese è unito per la stessa causa e chiedere una contropartita una volta che sarà nominato speaker della Camera. Boehner è un animale politico a sangue freddo e ogni sua mossa a Washington è il risultato di un accorto calcolo fra costi e benefici. Accettare una convergenza con Obama sulla politica fiscale ha un costo politico: il giorno dopo aver accettato il compromesso, Boehner si è ritrovato a muso duro con Mitch McConnell, il suo omologo al Senato, che ha annunciato una proposta di legge che “assicurerà che nessuno in questo paese l’anno prossimo paghi più tasse rispetto a quest’anno”. Molta enfasi, ovviamente, sulla parola “nessuno”. I due leader sono arrivati dunque allo scontro nel giro di poche ore e Obama ne ha approfittato lunedì per ribattezzare la disputa fra repubblicani come “l’incontro di wrestling” che blocca una legge che “potrebbe passare già questa settimana”.

Naturalmente Boehner aveva previsto tutto
e lo scontro con il senatore rientra nei suoi calcoli strategici. Innanzitutto, è una questione di numeri. Al Senato i repubblicani possono bloccare il passaggio di una legge, perché i democratici hanno sì la maggioranza, ma non la maggioranza qualificata. Alla Camera invece basta la maggioranza semplice, quindi ogni tentativo di Boehner di fare opposizione a oltranza non avrebbe prodotto nessun risultato. Tanto valeva allora far fruttare l’arte imparata in tanti anni di salotti washingtoniani e tendere la mano all’avversario, mettendo da parte per un attimo le ubbie e i sentimenti atrabiliari per concentrarsi esclusivamente sul risultato. Così Boehner si è imposto di dimenticare i rospi che ha ingoiato per una settimana, quando non solo il presidente ma l’intera falange armata della Casa Bianca ha iniziato a dipingerlo come il vero nemico da combattere. Il New York Times si è espresso in uno dei suoi pezzi forti, il dossieraggio finanziario: l’articolo “un leader repubblicano strettamente legato alle lobby” provvede l’analisi dettagliata di tutti i rapporti che Boehner coltiva con la comunità dei lobbisti di Washington. Una pratica molto comune – praticamente una prassi a Washington – che il grande giornale liberal ha evidenziato con la consueta enfasi moralizzatrice. Lui si è difeso dagli attacchi, ha ribadito che non c’è nulla di illegale, nemmeno quei finanziamenti dell’industria del tabacco alle sue campagne elettorali. Lui, orgoglioso fumatore, ha accettato il consiglio di chi vuole che smetta una volta assunto l’incarico di speaker. Lui ha accettato il consiglio; sullo smettere si vedrà. Ma quello che Boehner non accetta sono i consigli politici e sta facendo di tutto per inaugurare un conservatorismo istituzionale, smaccatamente di palazzo, disposto al dialogo e poco incline alla piazza. Vorrebbe fare quello che Mourinho ha fatto nel calcio: poco spettacolo, molti tituli. Lo scambio strategico di strali con i democratici suona allora come una prova del dialogo possibile fra l’establishment del Gop e i democratici una volta che i fuochi del Tea Party saranno spenti. Anche i neocon sono scettici sul suo fare da grande architetto di Washington. Che il presidente della Camera abbia ambizioni da timoniere non è quindi un vizio italiano.